Uno spigolo del Crozzon di Brenta bagnato con striptease finale

di Paolo Ferrari - V.I.P.

Chi non è stato mai sorpreso da un temporale improvviso, di quelli giusti, camminando su sentieri di alta montagna? Vi voglio raccontare quello che è piombato addosso a me e mio fratello Donato, mentre arrampicavamo sullo spigolo del Crozzon di Brenta.
Era il 1964, roba di cinquant’anni fa, ma indimenticabile, un sabato di luglio; avevo appena finito la sessione estiva degli esami al Politecnico di Milano, ed ero scarso di allenamento. Avevo al mio attivo solo qualche uscita sulle pareti della Grigna.
 
Arrivato a casa Tello mi propone: “Andiamo a fare lo Spigolo del Crozzon? Sono 1200 metri di arrampicata, in qualche punto un po’ duri, faticosi, ma possono andare bene anche per te.” (Per rendere l’idea, si tratta di una lunghissima arrampicata, corrispondente ad uno sviluppo di circa cento volte quella di una moderna parete artificiale di media altezza).
Premetto che Tello era già molto esperto in roccia sulle pareti del Brenta, aveva dalla sua diverse vie difficili sulle Dolomiti, per lui era poco più di un allenamento. Non così per me. Lui si sente sicuro nel prendermi come secondo. Io sono un po’ esitante, ma lui fa presto a convincermi, anche se lo spigolo mi incute una certa soggezione. Detto e fatto. Partiamo da Riva nel pomeriggio in Vespa e raggiungiamo Madonna di Campiglio e di qui Vallesinella. (Allora si poteva arrivare motorizzati, non come oggi solo con pullmin navetta).
Da qui saliamo fino al rifugio Casinei e poi al Brentei. La mattina sveglia alle cinque. Scendiamo sotto il Rifugio per un centinaio di metri, attraversando la Val Brenta ed arriviamo all’at- tacco del nostro spigolo prima delle sei.
Saliamo velocemente le prime tirate di corda. Dopo circa trecento metri il tempo si mette al brutto. Incominciano a cadere grossi goccioloni che non promettono niente di buono. Raggiungiamo due cordate. Dai concitati dialoghi com- prendiamo che si tratta di Tedeschi e si sono già fermati su una cengia poco lontano dallo spigolo, al riparo di un piccolo tetto.
“E noi, Tello, cosa facciamo?” “Non ti preoccupare, cosa vuoi che siano due gocce d’acqua passeggere, andiamo avanti, stai tranquillo, vedrai che smette subito”.
Proseguiamo. Io non mi sento tranquillo del tutto ma, per amore o per forza, lo seguo. L’arrampicata è stimolante, gli appigli sono sani e non mancano, le fessure dove infilare i polpastrelli delle dita si trovano. Tello davanti infila i moschettoni nei fori dei chiodi in modo che io possa fargli sicurezza. Dopo quaranta metri, mi tiene lui mentre salgo e recupero i moschettoni. Anche da secondo dà soddisfazione cercare gli appigli buoni e trovarli, senza uscire mai dal tracciato dello spigolo. Se ci si allontana in qualche tratto difficile, si capita su parete impraticabile, almeno per me.
Il fatto è che la pioggia, quella vera, è arrivata, e come. Non smette affatto subito, anzi dopo aver arrampicato per alcune tirate di corda viene giù come Dio la manda. Ma siamo in ballo e bisogna ballare, non c’è dove fermarsi al riparo, siamo del tutto allo scoperto. Ora è il diluvio universale. Mai vista una cosa simile. E non accenna a cessare. L’acqua in certi punti scorre proprio a rivoli sulla roccia. Con le braccia in alto a cercare gli appigli, l’acqua penetra nei polsini della camicia e scende giù.
Ora siamo quasi a metà strada. C’è un camino difficile da superare, perché spinge in fuori. La guida Castiglioni dice che è normalmente molto bagnato. Qui ora l’acqua si è incanalata sul fondo e viene giù all’interno proprio come un torrente, una cascata.
Andiamo avanti. Adesso l’acqua dopo essersi infilata nei polsini della camicia, prosegue e penetra, arriva sulla pelle del petto e della schiena, fino alla cintura e oltre. Scende lungo le cosce, poi sui polpacci, fino alle caviglie. È incredibile come le braghe alla zuava di velluto assorbano bene l’acqua. Acqua che scorre lungo i calzettoni di lana ed entra alla fine anche negli scarponi. Le tomaie di cuoio si ammorbidiscono ed i piedi fanno plic ploc. Per rendere l’idea è come se fossimo entrati vestiti di tutto punto in una doccia (fredda) e usciti dopo qualche ora; non vi consiglio di provare. Ma ormai tanto vale, Tello non si arrende mai.
Prosegue imperterrito sotto il diluvio. Superato il tremendo camino, si va avanti mantenendoci sul- lo spigolo o poco lontano sulle pareti accessibili vicine. L’acqua non accenna a smettere, “la vegn zo propi a sece”. D’altra parte, arrampicando, almeno i muscoli si mantengono caldi. Luoghi al riparo proprio non se ne vedono. (Se no che spigolo sarebbe?) Siamo così inzuppati che una sosta non servirebbe ad altro che ad infreddolir- ci. A calcolare dalle ore che sono passate siamo arrivati a metà strada.
La difficoltà dell’arrampicata in queste condizioni penso aumenti almeno di un grado. No, qui non si tratta di un comune temporale, quello che il cielo ci scaraventa addosso. Un temporale normalmente dura meno di un’ora. Qui siamo tormentati da un pioggia fitta fitta e violenta che non sembra finire mai. Ora si aggiungono anche raffiche di vento.
Sono più di sette ore che si va avanti così, siamo sfiniti. Ma da quello che dice la guida di Castiglioni, cioè che il tratto finale è meno impegnativo del resto, sento che ormai non ci manca ancora molto.
Ecco, finalmente ci siamo, siamo arrivati. E sembra proprio una beffa, il nubifragio cessa come per incanto. La nebbia sotto di noi si dirada, le nuvole si vanno dissolvendo, il diluvio è finito. Abbiamo passato otto ore di arrampicata in quelle condizioni, tanto quanto una intera giornata lavorativa di quelle pesanti, senza tregua,neanche la sosta pranzo.
Il sole, squarciate le nuvole, risplende che è un vero piacere. La temperatura si alza, l’aria è bella pulita.
Nella circostanza mi affiorano alla memoria reminescenze letterarie di scuola media. I versi della Quiete dopo la Tempesta di Giacomo Leopardi: “Passata è la tempesta: odo augelli far festa, e la gallina tornata sulla via che ripete il suo verso. Sgombera la campagna e chiaro nella valle il fiume appare; ecco il sereno rompe là d a Ponente, a l la montagna; ... ecco il sol che ritorna, ecco sorride... Si rallegra ogni core, sì dolce, sì gradita quand’è com’or la vita?... quando dei mali suoi men si ricorda?”... ecc.
La fine della bufera, la conclusione dell’arrampicata. L’effetto della quota (siamo a 3135 metri) e della fatica ci rende un po’ euforici. Vediamo come in un miraggio il bel bivacco Castiglioni, pro- pr io ade s so, c he non ci serve più. Piccolo, su un terrazzo, con il tettuccio e tutto il resto in lamiera zincata, ben ancorato alla roccia con cordini di acciaio, se no il vento se lo porta via. Scoppiamo in una risata. All’interno è pu- lito ed ordinato, asciutto, con belle coperte di lana, soffici, ripiegate accuratamente. Ci sono due brandine a castello, in quattro vi si potreb- be dormire bene. Noi non siamo bagnati, ma fradici, dai capelli (allora li avevo ancora tutti) fino ai piedi, fino alle ossa. “mizi come l’ua”. Spossati dalla fatica, ma finalmente rilassati e di buon umore.

 
Il sole splende e ci riscalda. In cielo un falco si libra in ampi giri, le ali tese immobili, portato dalle correnti ascensionali. All’orizzonte tra le nuvole che si diradano in lontananza compaiono i colori dell’arcobaleno. Scattiamo alcune foto davanti al bivacco.
La vista attorno è una meraviglia. Di qua si vedono la cima Brenta, il Campanil Basso, l’Adamello, la Presanella, il Carè Alto. Dall’al- tra parte le Dolomiti Orientali ed il ghiacciaio della Marmolada. A Nord la Tosa, l’Ortles, il Cevedale ed il Gran Zebrù.
Ma veniamo al sodo. In non ci penso un attimo. Mi levo tutto quello che ho addosso, zuppo d’acqua. In successione giacca a vento rossa (di quelle di cotone), maglione di lana, camicia, canottiera, braghe alla zuava, calzettoni e scarponi (che sono diventati morbidi come pantofole), ed infine gli slip. Un estemporaneo striptease d’alta monta- gna, in piena regola, senza spettatori. Prendo una delle belle coperte dal bivacco, morbida e calda e me la avvolgo attorno. Metto tutto quanto sui cavetti di acciaio come su di uno stenditoio. Tello è scandalizzato. Lui si è levato solo giacca a vento, maglione e camicia bagnati fradici, per restare a torso nudo e scaldarsi al sole. “Adesso arrivano le cordate dei tedeschi, chissà cosa penseranno”. La leggera brezza è diventato un bel venticello. Si sente un grande silenzio. La cima del Crozzon è tutta per noi. Soli, ci sembra di essere padroni del mondo, di toccare il cielo con un dito. Ci accorgiamo anche di avere un certo appetito. Siamo in movimento dalle cinque di mattina e sono quasi le due. Le cordate tedesche non si vedono arrivare. È probabile e più che comprensibile che abbiano rinunciato e che siano tornate alla base. Rovistiamo nei sacchi in cerca di qualcosa da mangiare e da bere. Ci sono due panini ma sono ridotti ad una disgustosa poltiglia. Ci dobbiamo accontentare e condividere una Simmenthal, un barattolo di albicocche sciroppate, liquido compreso, due mele e due lattine di Coca Cola. Meglio che niente.
In neanche tre quarti d’ora di sole splendente e caldo, con il bel venticello, biancheria e vestiti si sono perfettamente asciugati. Levata la coperta, la ripongo per bene in ordine, mi rimetto addosso tutto quanto, lavato ed asciutto. Non avevo mai apprezzato così la biancheria pulita, fresca come di bucato (con acqua distillata).
Per il ritorno dobbiamo raggiungere in circa un’ora la cima Tosa. Si tratta di un percorso che partendo dalla cima del Crozzon, si svolge parte su nevaio, parte su roccia con arrampicata prima in discesa, poi in risalita. Arrivati sulla Tosa scendiamo dal noto percorso del camino ed in un’altra ora di sentiero raggiungiamo finalmente il rifugio Pedrotti, dove possiamo rifocillarci. Da qui, attraverso la Bocchetta di Brenta e la Val Brenta, passando per i Rifugi Brentei e Casinei torniamo a Vallesinella, stanchi morti ma soddisfatti. Presa la Vespa ritorniamo a casa a Riva. Posso dire che è stata un’esperienza magnifica, indimenticabile anche a distanza di cinquant’anni, una difficile lotta senza tregua quasi più contro l’acqua che contro le difficoltà dell’arrampicata, che non sono mancate, una bella avventura, infine anche divertente nonostante tutto.
Ma prima un bel lavaggio a bassa temperatura, meglio che in lavatrice, poi un bel bagno caldo di sole, infine uno fresco d’aria sopra i tremila metri, al bel bivacco, chi te li paga?
Che cosa ci spinge a queste imprese? dirà qualcuno.
Sono cose dure da comprendere e difficili da spiegare. Cerco di aiutarmi raccontandole a ni- poti, figli e nonni, ai V.I.P., ai Satini ed a quelli che leggono l’Annuario. Non so quanto ci sono riuscito, io ci ho provato.


Annuario 2013
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